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Davide Scardaci - Background Title

La manager e il pittore indovino

Davide Scardaci - Progetto Scuole - Giochi di Ruolo in aula

La manager e il pittore indovino

Lisa Riddle scese dall’auto dopo avere salutato la madre. Era un giorno d’autunno a Rue de Montpassant, il vento spazzava le foglie, nell’aria si mischiavano voci di scolaresche e un gorgogliare d’acqua strisciante lungo il marciapiede, tra le grate delle fogne. Lisa era mora, occhi cinerei e sopracciglia lunghe che si toccavano vicendevolmente, quasi volessero sincerarsi l’una delle condizioni dell’altra. Aveva 12 anni, un fiocco tra i capelli, una gonna a scacchi rossi e neri e un paio di scarpe bianche. La mamma l’aveva lasciata di fronte alla bottega del pittore. Quando la Polo scomparve all’orizzonte, Lisa tergiversò un poco, puntando la scarpa sopra la grata, guardandosi intorno con fare indeciso, ma alla fine entrò nel negozio di Gustav.
L’ambiente era in penombra, la luce offendeva l’occhio, si dipanava tramite una serie di grandi finestre poste sulla parete più lontana fino a disperdersi tra gli scaffali e il mobilio pieno di polvere. La geometria dell’ambiente era triangolare, l’angolo di Rue de Montpassant ne ospitava l’ingresso. La stanza si allungava su due direttrici oblique che si allontanavano una dall’altra dando l’impressione illusoria di trovarsi in un luogo smisurato. Lisa si sentì smarrita, al centro di un mondo che la guardava di sottecchi da dietro le scaffalature e primeggiava sulla sua minuta presenza con fare interrogativo; sembrava che soprammobili, pennelli, colori, tele, libri, litografie e quadri, le stessero chiedendo: “Chi sei? E cosa ci fai qui?”
Gustav il pittore, aveva buone ragioni per tenere il locale in quello stato: la sfera di vetro non avrebbe funzionato in mezzo alla luce, né tanto meno avrebbe potuto sprigionare i suoi poteri se fosse stato buio. Così lo studio era una terra di confine tra giorno e notte, nella quale si vedeva una luce che non offendeva l’occhio e un’oscurità che invitava gli ospiti a esplorare; forse era a causa di questo cercare che i clienti varcavano l’uscio o almeno così credeva Gustav. Lisa prese un bel respiro e si fece coraggio:
“C’è nessuno? Mia madre mi ha detto che dovete farmi il ritratto.”
“Chi sei?” Aveva chiesto il vecchietto che armeggiava disinvolto tra tavole di colore, scartoffie, libri e pennelli. Lisa Riddle lesse di sfuggita un titolo: “L’immortalità” di Milan Kundera. La voce di Gustav arrivava dal fondo della stanza, Lisa non poteva vedere il pittore.
“Sono Lisa Riddle e tu chi sei?”
“Sono Gustav, il pittore.”
“Sai farmi un ritratto?”
“Certo che so fartelo, vieni qui dietro.”
“Dove? Qui è pieno di mostri disegnati!”
“Gira dopo il primo mostro e mi troverai.” Disse Gustav.
“No, non se ne parla!”
“Cammina, segui la mia voce, giuro che mi troverai, altrimenti niente ritratto.”
“Va bene, va bene arrivo.”
Dopo qualche secondo il pittore vide un barattolo rosso a strisce nere comparirgli dinanzi. Era Lisa Riddle, teneva gli occhi chiusi ed avanzava a tastoni.
“Che fai con gli occhi chiusi?” Chiese il pittore.
“Nulla, mia madre mi dice sempre di chiudere gli occhi se qualcosa mi fa tanto terrore.”
“E che cos’è che ti ha fatto chiudere gli occhi?”
“E’ il primo dipinto, quello con l’uomo che strilla.”
“Quello è l’Urlo del pittore Edward Munch, farebbe paura a chiunque, ma nessuno è entrato con gli occhi chiusi.”
“Allora mi fai il ritratto?” Chiese la bimba.
“Siediti e aspettami. Gustav prese la sfera e gliela mise dinanzi. “Ecco, adesso guarda qui dentro.” La bambina eseguì diligentemente. “Bene, il ritratto sarà pronto al più presto, vieni a ritirarlo tra una settimana.”
“Ma come, non me lo fai ora? E come ti ricorderai della mia faccia?”
“Il tuo è un viso che non si dimentica Lisa, ci vediamo tra sette giorni.”

Una settimana più tardi Lisa Riddle camminava mano nella mano con la mamma. Erano tornate in Rue de Montpassant per prendere il ritratto, ma non appena Lisa alzò gli occhi sull’altra parte della strada, li riabbassò incredula: il negozio non c’era più, non che fosse fallito o che si fosse trasferito altrove, semplicemente non c’era. Lisa guardò la mamma constatando che anche lei era rimasta attonita.

Gli anni passarono, madre e figlia non ne parlarono più.

La bambina divenne una donna e i suoi occhi luccicarono di ambizioni. Aveva finito l’università e si era laureata in economia e commercio, aveva fatto un master ed era stata assunta in un importante azienda. Ben presto divenne una manager con una casa al centro. Abitava con una pizza presa al volo la sera e il computer portatile. In tutti quegli anni, solo una cosa non aveva scordato: il negozio di Gustav il pittore, la sfera di vetro.
Un giorno si trovò a passeggiare per Rue de Montpassant e destino volle che l’occhio le cadesse sulla bottega dove vent’anni prima il pittore l’aveva fatta guardare nella sfera. Entrò con fare disinvolto, nulla era cambiato se non i suoi anni. Si fermò a riflettere un attimo, pensò che doveva lavorare ancora per potere pagare il mutuo, le rate del computer, borse, scarpe e mille altre cose, ma il richiamo fu troppo forte: entrò.
“E’ permesso? C’è nessuno?”
“Si, sono qui, venite avanti, mi troverete dopo il primo dipinto a destra.” Rispose il pittore.
“Arrivo” Lisa Riddle guardò l’urlo di Munch e obbedì al comandamento di una donna morta, la madre, che le intimava di chiudere gli occhi. Ma non durò molto, li riaprì.
“Salve sono Gustav, in che cosa posso esserle utile?”
“Vorrei che mi facesse un ritratto e che mi desse quello che mi ha fatto quando ero una bambina.”
“Ma che dice?” Il pittore strabuzzò gli occhi. “Di cosa parla signora, io non ritraggo bambini.”
Lisa stava per raccontargli tutta la storia, ma non aveva tempo. Non se lo ricorderebbe e magari quando era piccola, voleva solo che mi levassi dai piedi, per questo mi ha chiesto di tornare la settimana successiva. “Nulla Gustav, voglio solo che mi faccia un ritratto.” Aggiunse la manager.
“Così va meglio, mi aspetti qui.” Il pittore corse a prendere la sua sfera. Adesso guardi qui dentro.” Lisa seguì le istruzioni. “Bene tra una settimana il ritratto sarà pronto.”
Sette giorni più tardi, Lisa tornava in Rue de Montpassant. Il negozio era scomparso di nuovo. Pensò di essere impazzita. Si ricordò della madre, di quando era bambina, di come l’avesse accompagna al negozio di Gustav prima di tornare a lavoro.

Passarono molti anni, Lisa ne contava sessantacinque, ma di andare in pensione non ne voleva sapere, cosa avrebbe fatto di tutto quel tempo vuoto? Viveva in casa con la solita pizza comperata al volo e il computer portatile.
Un giorno decise di fare una passeggiata e il caso volle che si trovasse a passare ancora per Rue de Montpassant. Alzò lo sguardo e vide il negozio. Due secondi dopo era dentro.
“Venite, sono qui, dopo il primo dipinto a destra.” Disse il pittore con voce stanca e invecchiata.
“Arrivo.” Rispose Lisa.
“In che cosa posso esserle utile?” Chiese Gustav.
“Vorrei che mi facesse un ritratto e che mi desse gli altri due che mi deve da tempo.” Disse Lisa.
“Non ci sento più come una volta, cosa ha detto?” Strillò il pittore.
La conversazione si stava allungando troppo, la manager doveva correre.
“Nulla, voglio solo un ritratto.” Disse Lisa.
“Bene mi aspetti qui.” Il pittore andò a prendere la sfera di cristallo e gliela mise dinanzi. “Guardi nella sfera.” Lisa ci puntò gli occhi per la terza volta. “Perfetto, può tornare tra una settimana e avrà il ritratto.”

Una settimana dopo, Lisa vide il negozio dall’altra parte della strada! Non se lo aspettava, era emozionata, avrebbe avuto il ritratto! Si avvicinò all’uscio e tentò di entrare, ma sul vetro era appeso un biglietto: “chiuso per lutto.” Il pittore era morto il giorno prima. Lisa rimase turbata, poi pensò che Gustav aveva una certa età e che la vita è così.
Due giorni dopo fu colta da una fitta al cuore e morì lasciando tutti i suoi averi al computer, alla pizza e al lavoro.

Il pittore indovino e la manager si incontrarono nell’aldilà.
“Si ricorda di me?” Chiese Lisa.
“Certo, le ho fatto tre ritratti e non gliene ho dato uno.”
“Ma allora sapeva chi ero! Perché dunque non mi ha dato i dipinti? E dove andava a finire il suo negozio?”
“Lasci stare la storia del negozio, non ha mai voluto sapere dove andava a finire! Non glielo dirò.”
“E cosa mi dice dei quadri?”
“Cosa vuole che le dica, in primis non volevo spezzarle il cuore e in secundis anche di quelli non le importava granché.”
“Non capisco, si sbrighi non ho tempo da perdere.”
“Ah si! E cosa deve fare di urgente?”
“Che domande! Devo lavorare!”
“Guardi che ha tutto il tempo del mondo, lei è morta! Morta come me! Comunque sia, cosa voleva lei? Un ritratto, giusto? Ma che cos’è un ritratto?
“Non so, cosa diavolo è per lei?” Chiese seccata la manager.
“Un ritratto è un ricordo, è un momento che le parla del passato. Lei non è mai stata una donna che ha guardato al passato, ha sempre preferito il futuro.”
“E questo cosa c’entra con il mio cuore in frantumi?”
“Entrando in possesso dei quadri avrebbe potuto cadere alla tentazione di dare un’occhiata al passato e in un battere di ciglia avrebbe compreso di aver gettato la vita nel tentativo di correre dietro al futuro e alle false conquiste.
“Lei è pazzo!”
“Io sono pazzo… ma un’ultima cosa: perché non è mai andata a farsi ritrarre da un altro se era tanto importante?”
“Perché lei aveva la sfera, la cosa mi parve affascinante dapprima, poi ho creduto che le servisse per risparmiare del tempo. Lei diceva alle persone di fissarla. Forse la sfera aveva il potere di catturare le immagini così che si potesse disegnarle inseguito, facendo risparmiare del tempo ai clienti che non avrebbero dovuto rimanersene ore in posa.”
“Ecco, è proprio questo il punto! Ha preferito credere ad un pittore che le intimava di guardare in una sfera, piuttosto di rimanere in posa per due ore. Lei non voleva il ritratto, voleva risparmiare tempo e ha creduto che la sfera fosse un mezzo utile, ma si è sbagliata; per un’intera vita ha corso tenendo gli occhi serrati come dinanzi all’Urlo, quando era bambina, e ora li chiuderà di nuovo quando le farò vedere le Tre età che ho dipinto per lei.”

Lisa Riddle guardò ciò che Gustav le mise sotto al naso e comprese di avere sprecato l’esistenza. Un secondo dopo poggiò le mani lungo le guance, aprì la bocca in una smorfia di dolore e urlò; poi chiuse gli occhi, girò le spalle e camminò a tastoni tra le nuvole del cielo.

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