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Davide Scardaci - Critica - Green Book

Green Book non vincerà l’oscar

Green Book è sceneggiatura, caratterizzazione dei personaggi, evolversi della trama, ritmo, ironia, ricostruzione storica e recitazione di altissimo livello. Non vedevo un film di questa caratura da anni, motivo per il quale non vincerà l’oscar.

Sin dalle prime scene si capisce che si sta assistendo ad un incastro narrativo degno di nota, semplice, ma geniale al contempo. L’espediente del cappello per aprire la scena su un personaggio come Tony Lip (Viggo Mortensen) è fantastico per diverse ragioni. La prima riguarda lo spettatore. Ci siamo appena seduti in poltrona, le luci del cinema si sono abbassate, la musica è partita e in pochissime scene abbiamo modo di conoscere Tony, di renderci conto di quanto sia smaliziato, uomo di strada, furbo e scaltro. il tutto in una sequenza. Se questo non è grande cinema, non so quale possa esserlo!
La seconda riguarda le conseguenze della scena di apertura e la via che porta Tony, con tutta la sua italianità, a presentarsi a cospetto di Don Shirley (Mahershala Ali). Questo passaggio iniziale mi è piaciuto moltissimo perché è reale, risponde alla logica di una casualità in cui le azioni del singolo sono poco determinanti. Se pensiamo alle ragioni che spingono Tony a rubare il cappello e a quello che ne deriva, ci accorgiamo di quanto il film rispetti alcune logiche irrazionali che appartengono agli astrusi algoritmi della vita. Rubare il cappello è il primo passo nell’aritmetica del destino per incontrare Don Shirley anche se Tony non ha la minima idea.

L’incontro tra i due personaggi è irresistibile, c’è un confronto continuo che inserisce nel plot story concetti molto più grandi, come l’integrazione razziale e la solitudine. Dopo avere assistito a diversi dialoghi tra i due mi sono chiesto: essere particolarmente intelligenti rende soli? La risposta è sì, senza ombra di dubbio, specie in un contesto socio-culturale come quello in cui si muove Don Shirley; un uomo che per via delle sue capacità non viene ben visto né dalle persone di colore, né dall’aristocrazia bianca che lo tratta come un fenomeno da baraccone. La realtà è che cambiano i tempi, ma l’uomo ha sempre paura delle singolarità, non riesce ad accettarle e a comprenderle. Don si muove tra due mondi, non appartiene a nessuno dei due ed è tutto quello che lo rende un uomo solo in un castello. Tony invece vive al riparo dalla società americana, rinchiuso in una bolla dove può far finta di essere ancora in Italia.
Il mio entusiasmo per questo film riguarda l’eleganza con la quale vengono gestite alcune tematiche. Non sono un sottofondo e non fanno da protagonista, ma vengono raccontate tramite il viaggio di Don e Tony.
Green Book, perfino nel titolo c’è eleganza. Il libricino verde è una guida per afroamericani, indica i luoghi dove possono mangiare e pernottare nel sud degli stati uniti d’america, lo scopriamo, grosso modo a metà film ed è un altro colpo di classe, perché spiega la ragione del titolo.

Quanti buoni film non hanno vinto l’oscar? Infiniti e ho paura che Green Book sia troppo raffinato per vincere un premio del genere. D’altro canto incrocio le dita per Mahershala Ali che è sublime esattamente come in True Detective Season 3 e per Viggo Mortensen che mi ha letteralmente incantato per via della sua recitazione, del suo gesticolare, del suo rendere tantissimi aspetti di un italiano di quei tempi veritieri sullo schermo.

A 24 ore o poco più, dalla notte degli oscar, faccio gli scongiuri per questo capolavoro, anche se credo che Green Book raccoglierà meno di quanto merita.


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