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Nicolai Lilin “La sigaretta senza filtro”

Nicolai Lilin nasce nel 1980 a Transnistria, una lingua di terra tra la Moldavia e l’Ucraina. Il protagonista del suo scrivere è proprio questa terra con i suoi usi e costumi, la sua educazione criminale e le tradizioni. Lilin non è uno scrittore a mio modo di vedere, è un uomo con una storia da raccontare. Tante sono la ragioni che rendono interessante il vissuto che emerge dalle sue pagine, ma hanno poco a che fare con la letteratura o con il bel scrivere. C’è una forza grezza nelle sue parole, la forza di chi depone un mondo vivido in mano al lettore, facendolo trapelare senza filtro.

 

Fuma Lilin, alla finestra delle sue pagine, e tossisce spesso. Non c’è mediazione, né creazione narrativa, è tutto vero, crudo e spietato.

 

Si avverte in ogni frase che quello di cui tratta è parte integrante della sua storia personale, non sto dicendo che lo abbia vissuto in prima persona, credo invece, che sia qualcosa che gli è vissuto intorno e che lo abbia coinvolto come solo la vita sa fare, senza chiedere permesso, esistendo sotto pelle, insinuandosi tra il conscio e inconscio, pronto a rivendicare uno spazio vitale nello scorrere del tempo dell’individuo in questione. Quello spazio vitale, per Nicolai Lilin, è Educazione Siberiana. E’ la sua sigaretta senza filtro, Lilin ci invita a fumarla con lui, ci dice che sarà amara, che ci farà tossire, ma è un pegno indispensabile quanto il mondo che ci pone in grembo.

Lilin non è un autore che rimane nel cuore per la sua capacità nel periodare o per la tecnica narrativa o struttura della frase, da un punto di vista tecnico non stento a giudicarlo completamente nullo, ma ha una dannatissima storia da raccontare. Sa toccare le corde giuste, sa emozionare.

Mi piace pensare che Nicolai si sia seduto alla  scrivania, a pestare i tasti per raccontarci un mondo che non c’è più, dentro il quale si nascondono dei significati che non sono più presenti nelle nostre culture odierne, che abbiamo perduto.

Il romanzo è strutturato in 8 capitoli, di cui 2 dannatamente lunghi, ovvero “il cappello a otto triangoli e il coltello a scatto”, che ho amato tantissimo per il numero tracotante di informazioni sull’educazione siberiana e sugli usi e costumi, e “il giorno del mio compleanno” che invece ho a stento digerito.

La struttura interna dei capitoli è la medesima. Il personaggio principale deve fare qualcosa o arrivare da qualcuno, insomma assolvere un compito e lunga la via incontra una serie di difficoltà che aprono la porte per narrazioni secondarie e per flashback. La seconda volta mi è risultata più complicata da digerire forse proprio per via del ripetersi della struttura, sapevo già che avrebbe usato ogni arteficio per infilare tra l’inizio e la fine del capitolo una serie di storie altre, ma forse quello che ha fatto la differenza è stata l’assenza di particolari che mi rendessero curioso riguardo Kolima, il personaggio principale.
Il paragone tra questi due voluminosi capitoli che insieme costituiscono 174 delle 343 pagine totali, è inevitabile e mette a nudo un altro dato. Le prime 150 pagine le ho lette con una curiosità indomita. Ho perdonato la pochezza dello scrivere di Lilin, poi via via che mi avvicinavo a metà libro ho perdonato sempre meno, forse perché le cose veramente significative Lilin le aveva già dette ed era un tantino ridondante e scontato nel proporre diversi episodi di violenza incapaci di arricchire il valore del narrato.

 

Il capitolo che ho preferito è “quando la pelle parla”. La spiegazione della simbologia dei tatuaggi e il ruolo del tatuatore all’interno dei criminali onesti è a dir poco affascinante e inderogabilmente ci rimanda a come questa simbologia si sia persa, a come li tatuaggio sia diventato un business miliardario che non ha più alcuna valenza o significato, se non quello legato alla richiesta di chi ne vuole uno sulla pelle e al pagamento in denaro che legittima il lavoro di chi si prodiga ad eseguirlo.

 

Il personaggio che ho amato di più è Nonno Bosja, ma non vi parlerò di lui, rovinerei il lavoro di Lilin che lo presenta molto bene.

Il rapporto Bambini-Anziani

Il concetto che mi è rimasto dentro di Educazione siberiana, quello a me più caro, per il quale mi ricorderò di questo testo anche tra diversi anni è il rapporto tra bambini e anziani. Ci sono intere pagine in cui Lilin spiega questo valore così importante, valore che nella nostra epoca abbiamo perso completamente.

 

Lilin spiega che i bambini andavano a trovare gli anziani, era loro dovere assicurarsi che ricevessero informazioni su quanto accadeva nel quartiere, era loro dovere ascoltarne i consigli così come le loro esperienze di vita. Non si dovevano lasciare soli gli anziani, erano una risorsa fondamentale, narravano le loro storie: educavano le nuove leve, cercando d’impedire ai giovani  di commettere errori che avrebbero pagato a caro prezzo.

 

Ho sentito una fitta al cuore quando ho letto queste pagine. Quest’epoca lascia gli anziani indietro, non li interpella più, sono troppo lenti, le loro storie non hanno alcuna valenza, tutto quello che potrebbero raccontarci lo troviamo online con un click, o forse sarebbe meglio dire che pensiamo di trovarlo online. Frattanto nei mancati dialoghi con loro, ci perdiamo un pezzo della storia della nostra famiglia e del nostro quartiere. Siamo nell’epoca della globalizzazione, del compra in cina e arriva domani, del tutto e subito, anche se è dall’altra parte del mondo. Frattanto però, se siamo a Piazza Navona e dobbiamo arrivare a Piazza di Spagna, inseriamo in navigatore perché, nonostante i quarant’anni a Roma, non sappiamo arrivarci. In definitiva, mi domando, che cosa conosciamo davvero? Non le culture e i popoli dai quali compriamo i nostri preziosi beni, non il nostro quartiere nel quale torniamo solo per riposarci dal lavoro, non la nostra famiglia; forse l’unica cosa che conosciamo davvero sono i nostri bisogni, figli di un individualismo sempre più sfrenato, garante di una serie di fitte divisioni che ci “scollegano” da quello che ironicamente è a portata di mano e di parola, non di click o di mouse. Viviamo in “confort zone” degne di un romanzo di fantascienza, dalle quali possiamo raggiungere tutto senza toccarlo davvero. Le parole d’ordine sembrano essere dividere, etichettare, definire per distinguere, un poco come facciamo con qualsiasi cosa, un poco come si fa con l’arte, con autori, generi e sottogeneri. Dividiamo; e in ogni recinto i significati diventano sempre più poveri, vengono sminuiti fino a divenire eterei; e chissà che alla fine della storia non ci sia qualcuno che si ricordi di questa espressione latina: “Divide et Impera”.

 

A comandare non sono i romani stavolta, è la logica del capitalismo e dell’individualismo.

#unaperadipositivitàprego
#leggeteLilinhaunastoriadaraccontare
#dimenticatevifrasibenscritte


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